giovedì 30 giugno 2011

Piante aromatiche e piante officinali, un poco di storia

L‟utilizzo di piante per curarsi è antichissimo: probabilmente l‟uomo primitivo iniziò a servirsene dopo averne sperimentato per puro caso gli effetti benefici, o averli osservati sugli animali.
Del resto, una antica leggenda narra che Esculapio, dio greco della medicina, avesse imparato l‟arte del curare dopo aver visto una pecora, ormai ridotta in fin di vita, mangiare un'erba selvatica, e dopo averlo fatto, riprendere forza e vigore.
In America, secondo certe leggende indiane, la tribù dei Chippewa, che viveva nel Michigan, imparava i rimedi migliori per guarire a seconda di come l'orso cercava le radici, le ghiande, le bacche, le erbe etc.Quindi se civiltà evolutesi in luoghi ed epoche così diverse hanno leggende così simili, molto probabilmente c‟è una base di verità.
Con l‟organizzarsi delle comunità tribali, nacquero i raccoglitori di piante che, essendo diventati buoni conoscitori del settore, erano in grado di stabilire il momento giusto per la raccolta e le regole riguardo l‟impiego.
Con lo svilupparsi della civiltà, l´utilizzo delle piante fu associato a riti magici o religiosi: infatti, spesso, la loro raccolta, preparazione e somministrazione era riservata a varie figure rilevanti all´interno della comunità come streghe, maghi, anziani, sacerdoti, le cui conoscenze derivavano da una lunga tradizione orale.
Il mescolarsi di medicina e religione non deve lasciarci stupiti: in molte tribù dell'America meridionale o dell'Africa esiste ancora la figura dello stregone, per non parlare dei “maghi” e delle “streghe” che spopolano sulle nostre tv private.
Nel momento in cui la medicina divenne appannaggio dei sacerdoti, si iniziarono anche a tramandare, con documenti scritti, le conoscenze relative alle piante.
Ad esempio, su alcune tavolette cuneiformi della civiltà assiro-babilonese, tra cui quella di Assurbanipalvengono menzionate piante come la belladonna, l'oppioecc. ed i loro usi.
La stessa Bibbia ci tramanda l'uso, da parte degli ebrei, di alcune piante, come l'issopo e il cedro, per curare le malattie.

Continua....

Cicoria Indivia Scarola o Endivia

endive_kivircik_hindiba_2.jpgVarietà: Le scarole o indivie oppure endivie appartengono alla grande famiglia delle cicorie. Sotto il nome di cicoria sono raggruppate una grandissima varietà di specie orticole appartenenti alla famiglia delle Composite (la stessa di carciofi, cardi, lattuga), originarie perlopiù del bacino del Mediterraneo.


Per riassumere, possiamo distinguere le cicorie in alcuni gruppi, per meglio orientarsi in questo vasto panorama.



  • Cicorie a foglia, da taglio: es. Spadona, bionda di Trieste, Scirolo

  • Cicorie a foglia verde, da cesto: Bianca di Milano, Pan di zucchero

  • Cicorie da foglie e steli: cicoria catalogna, cicoria “da puntarelle”

  • Cicorie da radice: radici più o meno amare, da consumare cotte, come la cicoria di Soncino

  • Cicorie colorate, da taglio e da cesto


 


In questa occasione parliamo delle prime delle prime, cicorie scarole da taglio o da cespo che si raccoglie una volta senza ricrescita.Si dividono in due grandi gruppi:


Indivia Scarola


Indivia Riccia.


Tra le scarole ricordiamo: la Gigante degli ortolani, la Full heart medio-precoce, la Di Lusia, la Bionda a cuore pieno, la Cornetto di Bordeaux. Tra le ricce citiamo: la Pancalieri a costa bianca, la Padovana a costa larga, selezione Zorzi, la Romanesca, la Riccia sempre bianca, la Saint Laurent, la Gloire de l’exposition, la Di Ruffec, la Riccia cuore d’oro.



images.jpgClima e terreno: le endivie prediligono i climi temperati, benché dimostrino una discreta resistenza al freddo. Non sopportano la siccità. I terreni di medio impasto, sciolti, privi di ristagni d’acqua e ben dotati di sostanza organica sono i migliori.


Avvicendamento: è consigliabile non ripetere la coltura sullo stesso appezzamento prima che siano trascorsi almeno 3 anni, Le indivie possono precedere patate, cipolle invernali, pomodori,


Consociazione: è sconsigliata quella con fagioli rampicanti, cavoli, finocchi, mentre sembra vantaggiosa l’associazione a porri e cicoria.


Semina: può essere effettuata in piena estate in semenzaio per trapianto quando le piantine hanno emesso la quarta foglia alla distanza di 25-30 cm sulla fila e 40-50 cm tra le file; oppure direttamente a dimora da luglio a settembre. La profondità di semina è di l cm. l g di seme è sufficiente per l mq di semenzaio.


Concimazioni e cure: si distribuiscono 2-3 quintali di letame maturo per 100 mq di terreno qualche mese prima della semina interrandolo con una vangatura alla profondità di 30-35 cm. Non bisogna fertilizzare con concime organico fresco e non ben decomposto.
Le cure colturali prevedono irrigazioni, le quali si rendono necessarie subito dopo il trapianto e nelle stagioni con andamento climatico siccitoso e che, comunque, devono essere distribuite in numero sufficiente anche durante il ciclo. Scerbature e zappettature servono ad arieggiare il terreno e tenerlo sgombro dalle infestanti, mentre diradamenti e sostituzioni di piantine manterranno uniforme l’investimento. L’imbianchimento dei cespi verrà praticato con copertura di materiale scuro, legatura delle foglie, tunnel di film plastico nero.


Raccolta: a scalare man mano che i cespi hanno misure idonee alla varietà d’appartenenza. Generalmente s’effettua in autunno, inverno e inizio,primavera.


Malattie: oltre a malattie e parassiti della lattuga e la cicoria, ricordiamo l’afide nero e il pidocchio bianco delle radici. Tra le crittogame citiamo, invece, la ruggine.

Concimi minerali potassici

images.jpg I Concimi minerali potassici sono Sono le ceneri di legna, la farina di rocce silicee e il patentkali.


Le ceneri di legna hanno un contenuto di ossido di potassio assai variabile a seconda del tipo di legno da cui derivano. Mediamente si può valutarIo attorno al 10%, al quale vanno sommate anche piccole quantità di fosforo. È un discreto concime potassico casalingo in quanto proviene dalla combustione della legna arsa per riscaldamento nelle stufe o sui camini e quindi a costo praticamente nullo. La sua distribuzione sul terreno avverrà previo mescolamento con lo stesso o per localizzazione nei solchi dove saranno effettuate le semine. Le uniche accortezze da tenere nell’utilizzo della cenere sono di NON abusarne (tende a salinizzare il terreno) e di NON usare sulle piante acidofile (azalee, ortensie, orchidee…) perché non amano il calcio.


La farina di rocce silicee è una particolare farina minerale ricavata dalla polverizzazione di rocce vulcaniche, come lave, basalti ecc. Grazie alla presenza nella sua costituzione anche di altri elementi fertilizzanti, o comunque utili ai vegetali, quali magnesio, calcio e silicio, essa travalica il semplice ruolo di concime per proporsi come un vero e proprio fattore fertilizzante nel senso più ampio dell’accezione.



Il suo impiego sarà dettato dall’origine delle rocce dalle quali deriva. Se queste hanno un elevato contenuto di silicio (porfidi, graniti), la farina risulterà particolarmente adatta ai terreni basici, neutri e calcarei; mentre le rocce basaltiche forniranno un fertilizzante confacente ai terreni acidi. Il silicio contenuto in questo concime rende, inoltre, più resistenti le piante nei confronti dei parassiti.


Il patentkali si estrae da giacimenti salini originati si laddove, in ere lontane, esistevano bacini marini. Ricco di solfato di potassio e di magnesio, questo concime contiene pure rilevanti quantità di zolfo. Esso è un fertilizzante di buona solubilità per cui dovrà essere impiegato con una certa parsimonia unendolo, preferibilmente, al compostaggio nella misura indicativa di circa 7 kg di patentkali per l mc di materiale organico.

Concimi minerali fosfatici

280px-Tripelsuperfosfaat_(triple_phosphate).jpgI concimi minerali sono ricavati da rocce e minerali che si rinvengono in natura, finemente macinati, essiccati e calcificati. Distribuiti nel terreno, i concimi minerali dimostrano una solubilità alquanto limitata condizionata pure dal tipo di suolo che li riceve, dalla capacità di assunzione dei diversi ortaggi, nonché dalla carica microbica posseduta dal terreno stesso. Essi si suddividono in base all’elemento fertilizzante che maggiormente li caratterizza. I più importanti sono quelli fosfatici e potassici.


Concimi minerali fosfatici


Sono: le fosforiti, le scorie Thomas e la farina d’ossa.
Le fosforiti si estraggono da giacimenti localizzati in diverse parti del globo: Nord Africa, Stati Uniti ecc. Costituite prevalentemente di fosfato tricalcico, la loro solubilità nel terreno è scarsissima, per cui si cerca di aumentarla macinandole finissimamente e distribuendole in terreni neutri o con basso contenuto di calcio. Possono essere utilizzate per concimare alcune colture particolarmente avide di calcio e per integrare il letame o il materiale da composto. Il loro contenuto di anidride fosforica, ossia del composto che esprime il grado di fertilità dei concimi fosfatici, varia dal 25 al 35% a seconda della quantità di fosforo presente nelle rocce da cui derivano.
Nel campo dei concimi chimici di origine minerale, dalle fosforiti, previo trattamento con acido solforico, si ottengono i perfosfati minerali i quali hanno un titolo variabile dal 16 al 22%. L’acido solforico trasforma il fosfato tricalcico, difficilmente solubile nel terreno, in monocalcico (solubile in acqua) e bicalcico (solubile in una soluzione leggermente acidulata quale è per solito la soluzione circolante del terreno).



venerdì 17 giugno 2011

Elenco delle Principali piante Officinali

Elenco delle Principali piante Officinali

Aconito
Adonidi
Angelica
Arnica
Artemisia
Assenzio gentile
Assenzio maggiore
Assenzio pontico alpino
Assenzio romano V.
Bardana
Belladonna
Brionia
Calamo aromatico
Camomilla comune
Cardosanto
Centaurea minore
Cicuta maggiore
Colchico
Coloquintide
Digitale
Dulcamara
Elleboro
Enula campana
Erba rota
Farfara
Fellandrio
Frangula
Frassino da manna
Genepi
Genziana
Giusquiamo
Imperatoria
Issopo
Iva
Lavanda vera
Lavanda spigo
Limonella
Liquirizia
Melissa
Pino mugo
Psillio
Polio montano
Sabina
Saponaria
Scilla marittima
Spincervino
Stafisagria
Stramonio
Tanaceto
Tarassaco
Tiglio
Timo
Valeriana

Elenco delle Principali piante Aromatiche

Principali piante Aromatiche

Aglio
Aglio orsino
Alloro
Aneto
Anice verde
Arcangelica
Basilico
Borragine
Camomilla
Camomilla romana
Cappero
Cannnella
Cedrina
Cipolla
Coriandolo
Crescione
Comino dei prati
Dragoncello
Estragone
Elicriso
Erba cipollina
Erba di San Pietro
Finocchiella
Finocchio marino
Finocchio selvatico
Ginepro
Issopo
Lavanda
Maggiorana
Melissa
Menta piperita
Mentastro verde
Mentuccia
Nepitella
Noce moscata
Origano comune
Peperoncino
Prezzemolo
Pungitopo
Rabarbaro cinese
Rabarbaro cinese
Rabarbaro rapontico
Rafano o Cren
Rosmarino
Ruchetta selvatica
Rucola
Ruta
Salvastrella
Salvia
Santolina
Santoreggia domestica
Santoreggia montana
Scalogno
Sedano
Sedano di montagna
Stevia
Timo maggiore
Zafferano
Zenzero

giovedì 16 giugno 2011

La rotazione delle colture orticole

Orto_2009.gifColtivare per più anni i medesimi ortaggi sullo stesso terreno, può portare a un suo impoverimento relativamente ad alcuni fattori nutritivi e a manifestare fenomeni di stanchezza e rigetto.
Per di più parassiti e infestanti troverebbero un ambiente favorevole alloro sviluppo, facilitati da un habitat colturale immutato.
Per tutti questi motivi, e altri ancora, si impone una rotazione ragionata che alterni gli ortaggi sul terreno secondo uno schema prede terminato. In particolare si terrà presente che:



  • esistono ortaggi con forti esigenze nutritive e altri meno voraci;

  • l’alternanza di piante appartenenti a famiglie diverse limitano in qualche modo il diffondersi di malattie e parassiti;

  • è conveniente alternare tra loro piante a diverso sviluppo vegetativo (piante da tubero, da bacche, da foglia ecc.).


Esempio di rotazione quadriennale


 



  • A scopo esemplificativo illustriamo come può essere impostata una rotazione quadriennale, ovvero un avvicendamento di colture che si completa nello spazio di quattro anni. Una volta compreso il meccanismo, potrete organizzare voi stessi un ciclo colturale anche di durata diversa da quella proposta.
    Per questa dimostrazione divideremo l’orto in quattro settori, quindi destineremo per ogni parcella le colture tenendo conto delle seguenti indicazioni:

  • le patate esigono abbondanti concimazioni letamiche, mentre gli ortaggi da radice in presenza di concimazioni eccessive tendono a biforcare il fittone. Quindi non faremo succedere quest’ultimi a una coltura di patata;

  • le leguminose in genere (piselli, fave, fagioli ecc.), contrariamente alle patate preferiscono un terreno calcareo. Perciò eviteremo di coltivare patate dopo i legumi;

  • i cavoli necessitano di calcio rimasto nel terreno per un certo periodo. Essi perciò possono essere scelti dopo una coltura di leguminose;  numerose colture, fatta eccezione per quelle appena citate, traggono vantaggio dalla pacciamatura fatta con letame maturo.


Tale pratica, infatti, impedisce la biforcazione del fittone nelle colture da radice. Quindi dopo i pomodori, zucche, zucchine e lattughe potremo introdurre nella nostra rotazione le colture da radice.
Tenuto conto dei concetti appena esposti, una rotazione quadriennale potrebbe essere impostata esemplificativamente nel primo settore del nostro orto in questo modo:



  • nel primo anno effettueremo una sostanziosa concimazione letamica alla quale seguirà una piantagione di patate. Dopo la raccolta dei tuberi praticheremo un sovescio che servirà da concimazione di fondo per il secondo anno;

  • nel secondo anno, dopo una zappatura, arricchiremo il terreno di calcio per correggere la leggera acidità lasciata dalle patate e pianteremo leguminose (fagioli, piselli, fave). Un buon sistema per correggere l’eccessiva acidità del terreno consiste nell’ aggiungere all’ orto calcinacci in polvere. Raccolti i legumi li sostituiremo con cavoli allevati in semenzaio;

  • il terzo anno il terreno verrà occupato da colture non particolarmente esigenti, come pomodoro, ravanelli, zucchine e lattuga. Qualche mese prima di seminare si potrà spargere sul terreno uno straterello di letame maturo;

  • il quarto anno, infine sarà dedicato alle colture da radice: carote, rape, cipolle, porri e sedano.


A rotazione conclusa si può ricominciare con un’ abbondante concimazione letamica seguita da una coltivazione di patate. Oppure si può lasciar riposare il terreno per un anno mettendolo quindi a coltura con una leguminosa

Operazioni per la messa in produzione di terreno incolto

aratura-01.jpgAgronomicamente, le operazioni di messa in coltura del terreno naturale ovvero incolto, coperto da piante erbacee, arbustive od arboree spontanee sono finalizzate alla rimozione dei vari ostacoli che impediscono il normale inizio e lo svolgimento delle coltivazioni agrarie.
Le lavorazioni del terreno possono essere considerate come il presupposto di qualsiasi attività agricola e della produzione agricola: comunemente e tradizionalmente, infatti, si ritiene che le piante si sviluppano meglio e producono maggiormente se il terreno viene “lavorato”.
La finalità principale delle lavorazioni è costituire, ricostituire o conservare nel suolo le migliori condizioni di “abitabilità” per le vegetazioni e per le colture e, segnatamente, modificare la porosità del terreno, sminuzzare il terreno per preparare un buon letto di semina, favorire la penetrazione e l’espansione delle radici e l’infiltrazione dell’acqua nel suolo, ridurre le perdite d’acqua per evaporazione, incorporare nel terreno vari materiali (concimi, composti, residui colturali etc.), controllare lo sviluppo delle erbe infestanti, modificare l’ordine degli strati del profilo e la configurazione superficiale del terreno.




All’uopo, va ricordato che nel terreno si svolgono diversi processi determinanti la crescita delle piante, tra cui la circolazione dell’acqua e l’immagazzinamento, la circolazione dell’aria, l’interramento e la germinazione dei semi, lo sviluppo degli apparati radicali delle piante coltivate, l’evoluzione dello stato della sostanza organica, lo svolgimento dei cicli biogeochimici, dell’azoto, del fosforo, dello zolfo.


I lavori possono essere classificati in: lavori di messa in coltura, preparatori (da eseguire nell’intervallo di tempo tra la raccolta di una coltura e la semina d quella successiva), complementari (sminuzzamento delle zolle, eliminazione delle erbe infestanti, spianamento e regolarizzazione della superficie del terreno) e consecutivi (da svolgere durante lo sviluppo della coltura).
Operazione preparatoria alla prima coltura agraria è il dissodamento mediante il quale, infatti, si rende idoneo il terreno a ricevere le colture: esso è, in genere, preceduto dall’incendio delle erbe durante la stagione secca e consiste in un’aratura a 0,5-0,6 mt circa per impiantare le colture erbacee ed a 0,7-1 mt circa per le specie arboree.
Nei terreni da dissodare, le pietre sono situate spesso in profondità e, pertanto, occorre portarle in superficie, ricorrendo ai ripuntatori od a macchine in grado di ridurre le rocce allo stato di sabbia.
Il disboscamento consiste, invece, nell’eliminazione della copertura vegetale boschiva in modo da destinare il terreno ad una diversa utilizzazione: tale operazione richiede, in genere, l’impiego di grandi mezzi meccanici i quali, però, possono provocare un significativo disturbo al terreno e cagionarne pregiudizio e danno.
Mediante il livellamento, poi, si ottiene una superficie regolare a pendenza uniforme: ciò è utile principalmente per colmare le depressioni ed evitare, quindi, i ristagni d’acqua. Nell’operazione del livellamento, comunque, è necessario ridurre il più possibile gli spostamenti di terra, tenendo conto della natura del suolo e del sottosuolo.
E’ ritenuto, comunque, impossibile empiricamente individuare e valutare con precisione, basandosi sul risultato colturale ottenuto, l’influenza (e la portata) di una determinata lavorazione sullo sviluppo di una determinata coltura.
E’ pacifico, invece e sostanzialmente, che le operazioni di messa in coltura vadano studiate, progettate ed eseguite con prudenza, perizia e diligenza onde evitare di cagionare un danno al terreno ed all’ambiente in generale (art. 2, 9 e 117 Cost., d.lgs n. 152/2006) con le relative conseguenze ed azioni di legge, esperibili dal privato cittadino e dagli Enti pubblici e territoriali.
Uno degli aspetti fondamentali della protezione dell’ambiente è, infatti, la conservazione del suolo, essendo questo il supporto della vita dell’uomo e dell’intero patrimonio naturale.


La questione ambientale è dibattuta, da anni, a livello politico internazionale. Giuridicamente, già nel 1983 venne costituita la Commissione Mondiale per l’ambiente e lo Sviluppo (World Commission on Environment and Development) alla quale si attribuì il compito di analizzare i punti critici dell’interazione uomo-ambiente e proporre utili misure per far fronte alle problematiche di deterioramento ambientale.
Nel 1987, poi, fu pubblicato il rapporto Bruntdland, dal nome del primo ministro norvegese che presiedeva la Commissione, il quale conteneva una serie di principi legali per la protezione ambientale sino a giungere all’istituzione dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (Reg. CEE 7 maggio 1990 n. 1210, come modificato dal Reg. CE 29 aprile 1999 n. 933).
I Paesi firmatari della Convenzione Onu sulla diversità biologica si sono, infine, ritrovati il 18 ottobre 2010 a Nagoya, in Giappone, proprio per discutere sulle soluzioni concrete e sulle strategie da realizzare al fine di proteggere il Pianeta e, quindi, l’uomo.
Avviato con il Summit sulla Terra di Rio de Janeiro nel 1992, questo impegno tra le nazioni non ha sinora raggiunto l’intento principale, quello cioè di rallentare l'estinzione delle specie e la distruzione degli ecosistemi più delicati: nel 2002, a Johannesburg, il Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile (durevole) si era, infatti, prefissato come obiettivo "entro il 2010, un'effettiva riduzione del ritmo di perdita della diversità biologica", da realizzare soprattutto con la lotta alla deforestazione, all'inquinamento e allo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche.
L’incremento demografico e lo sviluppo industriale ed economico, come già teorizzato da Thomas Robert Malthus (1766-1834), rappresentano, potenzialmente, dei fenomeni letali per la sopravvivenza ambientale del Pianeta.
Sotto il profilo naturalistico, grazie all’elaborazione di William Rees e Mathis Wackernagel, il concetto di impronta ecologica viene attualmente adoperato quale misura dell’utilizzo delle risorse naturali da parte dell’uomo.
Si prevede, all’uopo, che entro il 2050 l’impronta crescerà ad un livello tra l’80% ed il 120% oltre l’attuale (Living Planet Report).
Come già sosteneva l’economista M. Friedman (Nobel nel 1976), la Terra ha, però, una capacità di carico limitata ed incompatibile con le richieste di un crescente prelievo di risorse e di assorbimento di rifiuti mediante il meccanismo dei prezzi.
Necessita, quindi, focalizzare l’attenzione sui processi di produzione con la eco-efficienza e sui modelli di consumo: una visione globale dello sviluppo, trascurante le attitudini che un ambiente fisico possiede, contrasta, infatti, con il concetto della conservazione delle risorse.
Segnatamente, in termini di uso del suolo, soltanto se le condizioni agro-ambientali si rivelano favorevoli nel determinare buone rese e minori alterazioni all’ambiente, si ha la possibilità di utilizzare le risorse, percependo altresì un profitto più alto.
Il richiamo all’etica ed alla legalità è, pertanto, necessario ed inevitabile: la vera legalità, comunque, deve fondarsi sulla coscienza e sulla convinzione che il rispetto delle leggi sia utile e necessario alla convivenza democratica ed alla sopravvivenza dell’ambiente.
Sostanzialmente, la questione ambientale pone problemi che riguardano il futuro delle società umane.


Sotto il profilo giuridico, il diritto all’ambiente si configura quale diritto della personalità ed alla vita (Corte Cost. n. 121/1986 e n. 217/87) ovvero come il diritto fondamentale dell’uomo alla preservazione delle condizioni necessarie alla propria salute, in applicazione del generico dovere del “neminem laedere”.
Va considerato che, in termini scientifici, un bene naturale rappresenta una risorsa soltanto quando si creano le condizioni di utilizzo.
In particolare, in ambito giuridico, compensare un danno significa riparare l’effetto negativo e ripristinare lo “status quo ante”.
In ecologia, invece, l’effetto-danno sulla risorsa-natura non è compensabile in quanto l’effetto negativo perdura.
Tra le variecause che hanno portato a tale stato di dissesto ambientale, è possibile annoverare, in particolare, la cementificazione dei letti dei fiumi, la canalizzazione entro tragitti innaturali, l’eccessivo sfruttamento per l’estrazione di ghiaia e di altri materiali per l’edilizia, i disboscamenti, gli insediamenti nelle zone limitrofe ai bacini con abitazioni, complessi industriali e coltivazioni non adatte.
Pertanto, onde evitare la commissione di ulteriori errori e la definitiva involuzione dell’ambiente, si richiede che ciascun soggetto, politico, economico e sociale, adempia al proprio ruolo in modo responsabile e nell’ottica della generalità: necessita, cioè, che ciascun individuo modifichi in modo significativo il proprio stile e tenore di vita.
Ciò implica, prima di tutto, una modifica sostanziale delle culture soggettive e professionali e l’idea della obbligatorietà etica della protezione delle risorse naturali per la salvaguardia del Pianeta e degli esseri viventi.

Terreno e letame

terreno.jpgOltre ad apportare nel terreno la sostanza organica, il letame contiene pure discrete quantità di elementi fertilizzanti. Su 10 q di letame, infatti, ci sono circa 5 kg di azoto, 2-3 kg di fosforo e 5 kg di potassio, il che rappresenta un contributo non trascurabile, benché occorra tener presente che la carente presenza fosforica andrà integrata all’occorrenza con interventi concimanti di altro tipo.
Nel caso ci trovassimo nella necessità di acquistare del letame, si dovrà usare l’avvertenza di farcelo consegnare poco prima dell’utilizzo o, al massimo, un giorno avanti. Esso infatti non deve rimanere esposto all’aria per troppo tempo, in quanto si potrebbero avere delle perdite di azoto sotto forma di ammoniaca che si libera nell’aria. La massa letamica verrà distribuita sulla superficie del terreno in maniera regolare e subito interrata con un accurato lavoro di vangatura. Tale operazione verrà effettuata per tempo, ossia qualche mese prima di seminare gli ortaggi, in modo che il fertilizzante possa subire i necessari processi di decomposizione e integrazione al terreno. Una buona concimazione letamica deve aggirarsi mediamente attorno ai 3-4 q di letame maturo per ogni 100 mq di superficie orticola.
I vantaggi della concimazione letamica non si limitano all’apporto nel terreno della sostanza organica e di un’enorme quantità di flora microbica: esso migliora pure le proprietà fisiche e chimiche del terreno sul quale viene distribuito. In particolare modifica vantaggiosamente la struttura dei terreni sabbiosi e di quelli argillosi e, a causa del suo pH leggermente acido, diminuisce l’alcalinità nei terreni basici.

giovedì 9 giugno 2011

Ruolo dell’Humus nel terreno

Il ruolo dell’humus nel terreno è quello di creare e mantenere la struttura fisica del terreno, in modo che siano facilitati i movimenti idrici e gassosi; accrescere la capacità di scambio cationico, costituire e conservare una riserva di elementi fertilizzanti (tra i quali il fosforo e potassio) in forma assimilabile, alcune sue componenti svolgono poi direttamente un ruolo di stimolo sui metabolismi delle piante. Inoltre la sua natura colloidale consente di trattenere grandi quantità di acqua ostacolando l’erosione e rilasciandola poi gradualmente alle colture. Agisce come un serbatoio volano dell’acqua nel terreno.
L'insieme dei processi demolitivi enzimatici, dovuti a varie specie di batteri e funghi, trasformano le sostanze organiche in altri prodotti organici che costituiscono l'humus. L'umificazione avviene principalmente negli strati superficiali del terreno ad azione di fattori esogeni che agiscono sui microrganismi, quali la temperatura, l’umidità, la reazione basica o neutra del terreno. Questo è un processo di stabilizzazione della sostanza organica che porta all'accumulo di energia organica in composti poco degradabili ad elevato peso molecolare.
L’azione dell’humus è legata molto alla stabilità, la quale implica a sua volta una resistenza alla degradazione, che non sarà mai assoluta affinché esistano legami energetici e non si arrivi alla mineralizzazione completa della sostanza organica. La stabilità dell’humus é legata soprattutto a delle caratteristiche intrinseche ed estrinseche, le prime riguardano le proprietà delle molecole stesse, ed includono la tossicità dei cataboliti e la resistenza ai metabolismi, mentre le seconde riguardano i fattori ambientali che ne possono rallentare la degradazione.
L'agricoltura convenzionale è caratterizzata dalla semplificazione degli avvicendamenti, dalla rimozione dei residui colturali, dall'abbandono del legame tra coltivazioni e allevamenti che costituivano una fonte di fertilizzanti organici, dall'intensivizzazione delle pratiche colturali.
Per tali motivi, pur assistendo ad importanti incrementi delle rese, si sono verificati considerevoli effetti collaterali negativi.
Questi si manifestano in termini di riduzione della sostanza organica (e quindi della fertilità fisica, microbiologica e chimica), aumento dell'erosione idrica ed eolica e del dilavamento di elementi chimici, perdita di efficacia delle normali pratiche colturali. La fertilità dei nostri suoli rappresenta una risorsa accumulata nel corso di secoli di coltivazione che la moderna agricoltura sta dilapidando. In un'ottica di agricoltura sostenibile uno degli obiettivi primari è dunque la necessità di arrestare (e, se possibile, invertire) il più o meno rapido declino della dotazione di sostanza organica dei terreni a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Ciò è possibile attraverso l'introduzione (o la re-introduzione) di pratiche agricole più conservative.
In tale contesto, appare di notevole interesse il ritorno a rotazioni lunghe che prevedano un'adeguata alternanza tra colture sfruttanti e colture miglioratrici e l'utilizzo in agricoltura di materiali organici di scarto in sostituzione degli ammendanti tradizionali quali il letame.
La sostanza organica è un elemento essenziale per il mantenimento della struttura fisica del terreno; essa contiene l'intera riserva di azoto e un'alta percentuale di altri elementi nutritivi come il fosforo e lo zolfo, inoltre, da essa dipende la produttività del suolo. Per compensare il fatto che i terreni agricoli non ricevono le sostanze derivanti dalla decomposizione delle piante in esso coltivate, perché queste vengono in gran parte asportate durante il raccolto, si utilizzano diversi metodi, tra cui la rotazione delle colture e la fertilizzazione artificiale. I terreni agricoli coltivati con tecniche intensive sono caratterizzati da un sempre più basso contenuto di sostanza organica (meno dell‘1%) e da una conseguente limitazione dell’attività biologica del suolo, che è il vero ed insostituibile patrimonio di fertilità. La limitata attività biologica è anche causa della ridotta o mancata alterazione dei residui vegetali e della proliferazione di microrganismi dannosi per le colture. Ecco perché è importante adottare tutti gli accorgimenti per aumentare il contenuto di humus del suolo.
La prima e più semplice cosa da fare è valorizzare gli svariati tipi di residui organici presenti in azienda. Bisogna tenere presente però che non basta interrare sostanza organica per aumentare la fertilità del suolo, ma bisogna favorire l’umificazione dei materiali interrati. La sostanza organica di origine animale (come liquami e pollina) non è in grado di produrre humus stabile senza il contributo di materiali ligno-cellulosici (paglia, trucioli, residui di potatura e altri). Una buona umificazione si ha quindi a partire da materiale organico diverso, in presenza di un’alta complessità della popolazione microbica e di condizioni ambientali idonee (arieggiamento, umidità e temperatura). Un classico esempio di questo processo è la maturazione di un cumulo di letame ricco di paglia che porta dopo alcuni mesi alla formazione di un materiale omogeneo ricco appunto di sostanze umiche. Per aumentare la fertilità del terreno, occorre comunque lavorare su tempi lunghi anche incorporando sostanza organica in condizioni ottimali. Questo periodo di tempo può essere però abbreviato accompagnando la concimazione organica con pratiche agronomiche di protezione della sostanza organica quali lavorazioni ridotte e superficiali, rotazioni ampie, colture intercalari.
In definitiva possiamo affermare che la sostanza organica svolge un ruolo chiave nel mantenimento dell'equilibrio ecologico del terreno. Rispettare tale equilibrio significa per l'agricoltore preservare la fertilità, dunque agire con lungimiranza a beneficio sia del proprio reddito, sia dell'ambiente.

L'importanza e gli effetti della sostanza organica

La sostanza organica è l’insieme dei residui di origine vegetale e animale in diverso stadio di decomposizione.

Partecipano alla sua formazione, materiali di varia origine che possiamo suddividere in tre gruppi:

  • residui vegetali o animali più o meno decomposti;
  • biomassa di organismi viventi, macro e microrganismi del terreno;
  • materiali di neogenesi, sostanze di natura complessa non del tutto conosciuta, poco suscettibili a fenomeni di decomposizione, che vanno a formare le cosiddette sostanze umiche.

I residui organici che in vario modo arrivano al terreno non partecipano in maniera omogenea alla formazione di sostanza organica. Sicuramente i residui vegetali, formati da foglie, ramoscelli, radici, germogli e quant’altro proveniente dal mondo vegetale, forniscono al terreno quantità molto elevate di sostanza organica. Per maggiore chiarezza bisogna distinguere l’humus dalla sostanza organica generale, nel terreno si vanno a formare tre tipologie di sostanze differenti ma in continuo rapporto tra di loro, quindi possiamo distinguere:

  1. sostanza organica “indecomposta”, cioè i residui organici provenienti dal mondo vegetale e animale che subiranno l’attacco dei microrganismi del terreno, andando così incontro a un’evoluzione che si differenzierà in funzione della natura del materiale di partenza e del clima in cui si opera;
  2. sostanza organica detta “labile”, formata da prodotti intermedi della decomposizione, destinata a subire un processo di mineralizzazione o a essere utilizzata come substrato di moltiplicazione da parte dei microrganismi del terreno;
  3. sostanza organica detta “stabile” o in maniera generica humus, la quale è una sostanza chimicamente complessa, derivata dai composti intermedi formatisi nella decomposizione dei residui organici.
L’humus è la materia organica in decomposizione presente nel suolo e derivata da piante, animali e altri organismi morti. All'inizio dei processi di degradazione delle sostanze organiche, parte di carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, nonché acqua, anidride carbonica, metano e ammoniaca, vengono rapidamente dispersi; gli altri componenti, invece, si decompongono più lentamente e permangono nel terreno sotto forma di humus. La composizione chimica dell'humus varia, in quanto dipende dall'azione dei microrganismi decompositori presenti nel suolo, come i batteri, i protozoi e i funghi. Normalmente, tuttavia, contiene quantità variabili di proteine e acidi uronici, combinati con lignina e suoi derivati. L'humus è un materiale omogeneo, amorfo, di colore scuro e praticamente inodore, e i prodotti finali della sua decomposizione sono sali minerali, anidride carbonica e ammoniaca. Via via che l'humus si decompone, i residui vegetali vengono trasformati in
forme stabili, che si accumulano nel terreno e possono essere utilizzate come nutrimento dalle piante. La quantità di humus presente influenza importanti proprietà fisiche del terreno, come la struttura, il colore, la consistenza e la capacità di conservare l'umidità. Ad esempio, lo sviluppo ideale delle piante coltivate dipende ampiamente dal contenuto di humus del suolo. Nei terreni agricoli le colture esauriscono progressivamente l'humus presente, che pertanto deve essere reintegrato tramite l'aggiunta di compost o di letame. L’humus è l’insieme di numerose sostanze aventi struttura chimica complessa, con rapporto C/N variabile da 10 a 25.

mercoledì 8 giugno 2011

Letame, il re dei concimi

letame-nel-semenzaio-03.jpgDai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori, canta De Andrè  nella canzone “Via del Campo”. Grande verità ! In un orto che si ripetti non dovrebbe mai mancare il letame e si dovrebbe ricorrere all’uso dei concimi chimici solo nei casi di vero bisogno. Infatti se al nostro orto non faremo mancare il letame, difficilmente avremo la necessità di ricorrere a questi integratori di sintesi. Il letame è un concime di origine organica, ossia è prodotto da organismi viventi. Ad essere più precisi esso è formato dalle deiezioni solide e liquide di alcuni animali mescolate alla lettiera e debitamente fatte fermentare per un periodo più o meno lungo.
Di letame ne esistono vari tipi. Uno dei migliori è indubbiamente quello equino, poco acquoso ma, purtroppo, costoso e difficile da rinvenire. Comunque il tradizionale letame bovino, la cui disponibilità è assai più elevata, presenta qualità più che sufficienti per garantire una buona fertilizzazione organica.
Altri tipi di letame possono essere forniti da ovini, conigli, polli e suini. Alcuni di questi sono validi, mentre assai acquoso e scadente risulta il letame suino del quale sconsigliamo l’impiego.
Se, disponendo di una piccola concimaia o di uno spiazzo, intendessimo portare noi stessi a maturazione il letame, cureremo di tenerlo riparato dal sole e dal vento, lontano dalle abitazioni per evitarne sgradevoli odori e lo distribuiremo nell’orto solo quando esso risulterà sufficientemente maturo, ossia non prima di averlo fatto stagionare almeno 5-6 mesi. La sua perfetta maturazione contribuisce al degrado di eventuali sostanze nocive in esso contenute, come per esempio prodotti chimici e antibiotici somministrati agli animali nelle stalle, evitando in questo modo di contaminare le colture e danneggiare l’attività microbica del nostro orto. Una buona maturazione, ancora, riduce il pericolo dell’insorgenza di marciumi in alcuni ortaggi particolarmente sensibili e neutralizza in buona parte le probabilità di germogliamento dei numerosi semi di piante infestanti contenute nel letame. Una perfetta stagionatura si denota dal colore scuro e dall’uniformità della massa, nella quale non deve essere più possibile distinguere la paglia della lettiera, ma deve, invece presentarsi omogenea e untuosa al tatto, al punto di meritare l’appellativo, un tempo celebre, di burro nero.


 

La Concimazione

09098-1.gifConcimazione o fertilizzazione? Niente non dà niente quindi, se vogliamo ottenere dai nostri ortaggi delle buone produzioni, bisogna concimare il terreno in modo che esso possa a sua volta nutrire le piante.
Un tempo la concimazione era basata quasi esclusivamente su fertilizzanti di natura organica (letame, sovescio ecc.), mentre oggigiorno sono disponibili in commercio anche una vasta gamma di concimi chimici di sintesi.
E qui nasce un’appassionante problematica che mette di fronte da una parte i sostenitori dei concimi chimici e dall’altra le file sempre più folte di quanti vedono nelle tecnologie biologiche una reale alternativa per evadere i canoni di un’agricoltura troppo spinta, che poco tiene conto dei naturali equilibri dell’ecosistema. In particolare, i primi celebrano la praticità di distribuzione dei concimi di sintesi e la loro rapidità di azione nei confronti dei più macchinosi concimi organici ai quali, comunque, dovrebbero fare solo da integratori. La tecnica di agricoltura biologica, invece, preferisce sostituire il restrittivo termine “concimazione” con quello più ampio e articolato di “fertilizzazione” e imputa all’impiego sconsiderato di prodotti chimici tutta una serie di negatività come, per esempio, l’eutrofizzazione dei corsi d’acqua e il proliferare di attacchi parassitari. Infatti gli appassionati di agricoltura biologica vedono nel fenomeno della sovralimentazione provocato dalle abbondanti concimazioni con prodotti di origine chimica, la causa dell’eccessivo sviluppo sia di parassiti di origine animale, come afidi e ragnetti rossi, sia di origine vegetale, come oidio e botrite. Al loro posto l’agricoltura biologica preferisce l’impiego di concimi organici o minerali, i cui principi nutritivi, non essendo prontamente solubilizzabili, stimolano l’azione dei microrganismi del terreno favorendone, di conseguenza, lo sviluppo. In tal modo verrebbe salvaguardato il naturale equilibrio microbico, garantendo nel contempo la presenza di sostanza organica nel terreno, presenza che non possono portare i concimi chimici.
Chi ha ragione? Difficile dirlo, forse la verità sta nel mezzo, certo è che il letame rimane il re dei concimi, indispensabile soprattutto per il prezioso apporto di sostanza organica e carica microbica che procura al terreno, mentre, a nostro avviso, i concimi chimici è bene vengano impiegati in dosi molto modeste, come integratori di quelli organici e solo nel caso di effettiva necessità.

Lavori nell'orto - La pacciamatura

09_7maggio_chocoBJ-Fat.rosso.jpgUn discorso a parte merita la pratica della pacciamatura che pur appartenendo all’agricoltura tradizionale, ha goduto di una particolare riscoperta dagli amanti del biologico che la attuano impiegando diversi materiali.
Questa pratica consiste nel proteggere il terreno in vicinanza delle piante con materiale vario al fine principale di evitare perdite di umidità. Oltre a conservare più a lungo le riserve idriche del suolo, la pacciamatura inibisce il processo clorofilliano riducendo o impedendo la crescita delle infestanti;  mantiene più a lungo la struttura data al terreno con le lavorazioni; ostacola il dilavamento delle acque limitando in questo modo le perdite di azoto nitrico. Inoltre, se viene effettuata con materiale degradabile, arricchisce il terreno di sostanza organica.
l materiali consigliati per la pacciamatura sono la paglia, le foglie, l’erba tagliata di fresco, distribuiti sul terreno in strati più o meno sottili, comunque sufficientemente spessi da proteggerlo dai raggi solari. Molto pratici, ma antiecologici, sono i film plastici neri di polietilene.  Prima di applicare il materiale pacciamante, il terreno deve essere sgombro dalle malerbe e gli ortaggi ben attecchiti e opportunamente diradati.

martedì 7 giugno 2011

Lavori nell'orto - Le attrezzature

attrezzi_giardino-300x246.jpgAttrezzature


L’attrezzatura tradizionale prevede la vanga nelle due versioni a rebbi o a lama. La prima risulterà utile per lavorare i terreni argillosi, la seconda per quelli sabbiosi o, comunque, sciolti.
La zappa, contrariamente alla vanga, non effettua un completo rivoltamento degli strati, ma solo uno sminuzzamento del terreno lavorato.
Un badile può essere utile per raccogliere sassi, distribuire terra ecc. Falce, falcetto e sega servono a eliminare infestanti di una certa consistenza od osticità come per esempio i rovi.
Per il trasporto del letame, dei raccolti o di altro materiale servirà una carriola.
Il rastrello si impiega per affinare e pareggiare il terreno. Gli estimatori dell’agricoltura biologica possono trovare in commercio un discreto numero di attrezzi per sostituire, in parte, quelli tradizionali e consentire, nel con tempo, l’esecuzione di tecniche colturali alternative.
Tra questi ricordiamo la forca a denti piatti e la doppia forca che vanno a sostituire la vanga.
Esse consentono di arieggiare il terreno senza rivoltarne gli strati. Il tridente, o forca a denti ricurvi, frantuma le zolle, arieggia e pareggia il terreno, incorpora il composto ecc.
Il coltivatore a dente di porco è adoperato per estirpare le erbe infestanti lungo gli interfilari, arieggiare il terreno, interrare il composto, fare i solchi.
L’erpicatore manuale, o zappa estirpatrice, sostituisce la zappa tradizionale. Ne esistono di vari modelli e si utilizza per sminuzzare le zolle e arieggiare la superficie del suolo.
Infine i sarchiatoi svolgono varie funzioni (rincalzatura, eliminazione degli infestanti, tracciamento dei solchi) e sono presenti in diversi modelli raggruppati nelle distinzioni: a lama fissa e a lama oscillante.

Lavori nell'orto - Preparazione del letto di semina

dsc_0033.jpgA prescindere dalle considerazioni di carattere biologico che terremo comunque presenti, vediamo ora come disporre la preparazione del letto di semina dei nostri ortaggi.
Se l’appezzamento di terra che destiniamo a orto è incolto, occorrerà innanzi tutto ripulirlo dalle pietre e dagli arbusti che lo popolano, mantenendo però eventuali siepi naturali che sorgono nelle vicinanze, le quali fungono da rifugio a insetti utili e perciò favoriscono l’equilibrio dell’ecosistema.
Le pietre, trasportate a mano o con carriola, saranno ammucchiate in un unico luogo. Gli arbusti possono venir bruciati e le loro ceneri, ricche di potassio e fosforo, usate per fertilizzare il terreno.
Quindi rivolgeremo le cure al suolo che ospiterà l’orto e, qui, ci sarà d’utilità la vanga. Allorché si lavora il terreno per la prima volta bisognerà scendere in profondità, per rimuovere ed eliminare le infestanti che altrimenti rispunterebbero alla prima occasione. Le loro parti verdi, potranno essere interrate come sovescio. Trattandosi di un terreno messo a coltura per la prima volta e destinato a ricevere ortaggi, sarà bene incorporare del letame maturo aggiungendo magari una concimazione minerale fosfo-potassica. L’interramento del letame favorirà lo sviluppo della flora batterica e di tutti quei processi che hanno il fine di formare l’humus indispensabile alla vita delle piante.

domenica 5 giugno 2011

Il terreno tra tessitura e colture per la difesa delle risorse ambientali

Tutelare l’ambiente significa, sostanzialmente, difendere il diritto ad un’esistenza libera e dignitosa dell’uomo: segnatamente, l’ambiente è qualificabile come diritto primario, essenziale ed inalienabile di ciascun individuo e dovere sociale (artt. 2, 3, 9, 32 e 117 Cost.).
Tutelare l’ambiente significa difendere le risorse naturali (difesa statica), salvaguardando e valorizzando (difesa attiva-dinamica) il terreno, le coltivazioni e la biodiversità.
All’uopo, è da dire che la conservazione di un manto vegetale appropriato si rivela propriamente essenziale per la salvaguardia del suolo e dell’ambiente.
La coltivazione del terreno deve, pertanto, essere attuata mediante l’adozione di pratiche agronomiche atte a determinare minime variazioni sulla composizione, sulla struttura e sulla naturale diversità biologica del suolo e delle risorse naturali.
Più precisamente, bisogna considerare due aspetti: per la modifica di un sistema ecologico non è necessario attuare interventi di grandi dimensioni bensì è sufficiente che essi siano estremamente diffusi; la capacità di carico di un determinato ecosistema è influenzata anche dalle relative condizioni temporanee.
La gestione agronomica “reale” del terreno è sempre in bilico, e contesa, tra difesa delle colture dalle avversità esterne, difesa del terreno, tutela dell’ambiente e salvaguardia della salute umana.
Fattori climatici, agronomici e biotici sono spesso causa di stress delle colture e del terreno: è necessario, quindi, prestare attenzione al modo di coltivare ed alla tipologia colturale, badando alle vocazioni territoriali ed alla tessitura specifica del suolo.
La tessitura è la proprietà fisica del terreno che identifica quest’ultimo in base alla composizione percentuale delle sue particelle solide, distinte per classi granulometriche: essa condiziona sensibilmente le proprietà fisico-meccaniche e chimiche del terreno, con riflessi sulla dinamica dell'acqua e dell’aria e sulla tecnica agronomica.
Si può distinguere, così, innanzitutto tra terreni argillosi e terreni sabbiosi.
I terreni sabbiosi si distinguono per limitata porosità in gran parte costituita da: macroporosità; limitata capacità d'invaso e scarsa capacità di ritenzione idrica; tensione bassa; elevata permeabilità e facilità di movimento dell'acqua; coesione e adesione virtualmente nulle; sofficità e scarsa resistenza alla penetrazione di organi lavoranti e di radici; elevata portanza.
I terreni argillosi sono, invece, caratterizzati da elevata porosità; grande capacità d'invaso ed elevata ritenzione idrica; tensione elevata per l'assorbimento colloidale e per la capillarità; scarsa permeabilità e difficoltà di movimento dell'acqua, con tendenza al ristagno e all'asfissia; elevati valori della coesione allo stato asciutto e dell'adesione allo stato plastico; liquidità allo stato fluido; tendenza al costipamento
Quindi, è possibile distinguere tra colture adatte in aree marine, in terreni sabbiosi, argillosi, calcarei e piante resistenti all’inquinamento.
Tra le piante adatte alle zone marine, l’arundinia, l’arbutus unedo, l’acer pseudoplatanus, il cupressus (famiglia delle Cupressaceae), l’eucalyptus (famiglia delle Mirtacee), l’erica arborea (arbusto sempreverde, corteccia rossastra, a portamento eretto, famiglia delle Ericaceae), l’hibiscus (famiglia delle Malvaceae), il laurus nobilis (aromatica, famiglia delle Lauraceae), il pittosporum (famiglia delle Pittosporaceae), il pinus, la rosa, il salix (famiglia delle Salicaceae), il sambucus (famiglia delle Caprifoliaceae), il tamarix (caratterizzato da fioritura piumosa in spighe sottili, generalmente primaverile/estiva, con fronde vaporose, formate da piccolissime foglie alterne, squamiformi, generalmente di colore verde glauco), il viburnum (famiglia delle Caprifoliaceae, alto fino a dieci mt, a fogliame caduco o persistente, caratteristica ed abbondante fioritura, con fiori solitamente di colore bianco, profumati e riuniti in cime ombrelliformi), la yucca (famiglia delle Agavaceae, fusto robusto, cilindrico e spesso a portamento arboreo, poco ramificato, con foglie lineari, persistenti, dure e generalmente spinose all'apice e fiori generalmente piccoli, raramente grandi, di colore bianco o crema, penduli e solitamente riuniti in grandi pannocchie terminali).
Per i terreni sabbiosi, l’acacia, la betulla, il fagus sylvatica (famiglia delle Fagaceae), il fraxinus (famiglia delle Oleaceae), il glycine, l’hedera, il nerium oleander (famiglia delle Apocynaceae), il pinus, il rhododendrum (famiglia delle Ericaceae), la rosa, il rosmarinus, l’ulmus campestris (famiglia delle Ulmaceae).
Per i terreni argillosi, l’acer, il salix, l’ulmus campestris, il populus (famiglia delle Salicaceae), la betula, il fagus sylvatica, varie conifere (abies cephalonica, araucaria excelsa) e arbusti (crataegus, ilex, vuburnum opulus, ribes sanguinem).
Per i terreni calcarei, l’aesculus, l’hippocastanum (famiglia delle Sapindaceae), il carpinus betulus (famiglia delle Betulaceae), il fraxinus, il malus, il quercus ilex (famiglia delle Fagaceae), l’ulmus, il sambucus, il viburnum.
Tra le piante resistenti all’inquinamento, l’abies, l’acer, il fraxinus, il fagus, l’ilex, il laburnum, il ligustrum (famiglia delle Oleaceae), la magnolia, il platanus acerifolia (famiglia delle Platanaceae), il ribes, il quercus, l’ulmus, il viburnum.

Le lavorazioni nell'orto - Vangatura e zappatura

vangatura1.jpgQuando si intende praticare una qualsiasi lavorazione al terreno, bisogna tener presente che si agisce su un complesso eco sistema e non su una materia inerte della quale disporre a piacere. Qualsiasi intervento finisce per alterare l’habitat in cui milioni di piccoli esseri svolgono azioni fondamentali per la vita delle piante. Ogni lavorazione devasta aggregati vitali, ma facilita anche la penetrazione dell’aria stimolando l’attività dei microrganismi. Ne consegue che gli aspetti negativi e quelli positivi risultano strettamente in-terdipendenti, per cui bisogna essere particolarmente oculati nello scegliere gli interventi che maggiormente privilegiano il mantenimento degli equilibri naturali.
Questa premessa è stata fatta propria, con ulteriori considerazioni e opportuni arricchimenti, dai sostenitori dell’agricoltura biologica i quali vedono nei rivoltamenti degli strati, mediante vangature, zappature e arature, un pericoloso turbamento per l’equilibrio della microflora e una delle cause che determinano situazioni di erosione, soprattutto nei terreni collinari. Tali consideazioni hanno condotto alla sperimentazione di tecniche alternative, quali il notillage, lo zerotillage e il sod seeding che prevedono una seminagione sulla cotica senza attuare i classici interventi e limitandoli a una semplice lavorazione superficiale.




Nonostante queste interessanti proposte, non vengono comunque negate talune situazioni in cui l’uso della vanga e della zappa risulta utile se non addirittura indispensabile. In particolare si ricorre all’azione della vanga per incorporare la sostanza organica nel suolo; per pulire in profondità il terreno da radici e sassi; per facilitare l’azione disgregante del gelo sulle zolle rivoltate. Per contro è preferibile ai fini del semplice arrangiamento del terreno, utilizzare attrezzi alternativi quali possono essere il coltivatore a dente di porco o la forca a badile. Similmente il ricorso alla zappa può giovare su certi terreni nelle annate a decorso stagionale umido, mentre può risultare negativo nel caso di annate siccitose.

Come correggere i terreni troppo acidi o troppo alcalini

Correzione.jpgCOME CORREGGERE I TERRENI TROPPO ACIDI O TROPPO ALCALINI
Nel caso il terreno del nostro orto presentasse un’eccessiva acidità, possiamo tentare di rimediarvi correggendola con la somministrazione di sostanze a pH alcalino, come, per esempio, le rocce calcaree, il carbonato di calcio e la marna. Particolarmente interessante appare la correzione con aggiunta di calce viva.
Allo scopo si distribuiscono nell’orto piccoli cumuli di tale sostanza e quindi si fanno sfiorire all’aria. Successivamente si sparpagliano uniformemente sul suolo e si interrano mediante una . Oltre che modificare positivamente il pH dei terreni troppo ricchi di acidità, la calce manifesta altri effetti benefici.
Essa stimola la mobilizzazione della sostanza organica contribuendo a renderne più rapido il processo di mineralizzazione con conseguente aumento delle produzioni. Per contro, però, accelera l’esaurimento delle riserve organiche del terreno.
Se ci trovassimo, invece, nel caso di abbassare il pH di un terreno troppo alcalino, situazione particolarmente frequente in Italia dove si riscontrano parecchi suoli con elevati contenuti di calcare, possiamo rimediarvi sia con la somministrazione di sostanze organiche che di gesso. Tra le sostanze organiche, la concimazione letamica può essere vantaggiosamente utilizzata a questo scopo, a causa del suo pH leggermente acido e dell’insieme di situazioni positive che apporta nel terreno. La correzione dei terreni alcalini mediante l’impiego di gesso, ovvero di solfato di calcio, si deve al fatto che esso libera nella soluzione circolante ioni solforici acidi. Occorre tener presente che, a causa del suo contenuto di calcio, il gesso manifesta nel terreno effetti simili alla calce, ossia accelera la mineralizzazione della sostanza organica, aumentando le produzioni, ma affrettando l’esaurimento delle riserve organiche.

La reazione chimica del terreno, il Ph

pH Meter_4497743274_t.jpgOltre a valutare i vari aspetti fisici che possono caratterizzare il nostro terreno, occorre conoscere anche le proprietà chimiche dello stesso, in quanto anch’esse concorrono alla sua maggiore o minore fertilità. Tra queste, particolarmente importante, è il cosiddetto potere assorbente, ovvero la proprietà che possiede un terreno di riuscire a trattenere i principi nutritivi che lo attraversano in soluzione. Un potere assorbente più o meno forte dipende molto dall’azione svolta da alcune particelle amorfe di microscopica dimensione, dotate di cariche elettriche negative o positive, contenute in diversa misura nei terreni. Queste, attraverso complessi meccanismi chimicofisici, sono in grado di legare a loro alcuni principi nutritivi, impedendo alle piogge di dilavarli trascinandoli negli strati più profondi del terreno, fuori dalla portata delle radici delle piante.
Tali particelle, dette colloidi, svolgono quindi una funzione di bloccaggio degli elementi nutritivi, a tutto vantaggio delle radici. Si è detto che non tutti i terreni hanno lo stesso potere assorbente e molta della sua intensità dipende dalla quantità di colloidi presenti negli stessi. I terreni con più potere assorbente sono, per esempio, quelli argillosi, calcarei e umiferi. Il potere assorbente è invece minore in quelli sabbiosi.





Un’altra proprietà chimica del terreno che bisogna conoscere e sorvegliare è la sua reazione chimica, più semplicemente identificata con la sigla pH. Il pH dipende dalla quantità di ioni OH e H presenti in un terreno. Se prevalgono gli ioni OH (gruppo ossidrile) un terreno sì dice a reazione alcalina o basica. Al contrario la prevalenza degli H (idrogeno) rende acida la reazione di un terreno.
Gli studiosi hanno appositamente istituito una scala di valori, dallo O al 14, che valuta appunto il rapporto tra gruppi ossidrili e idrogeni. La lettura avviene con la seguente modalità:



  • -da O a 6,9 sono compresi i valori di acidità, dove l’acidità massima è lo O e la minima il 6,9;

  • -il 7 indica la reazione neutra del terreno (ossia un terreno dove OH e H si equivalgono);

  • -da 7, l a 14 sono compresi i valori alcalini, dove il massimo dell’alcalinità è il 14 e il minimo è il 7, l.


In commercio, oltre ad attrezzature per professionisti, esistono degli appositi indicatori non eccessivamente costosi che, con una semplice operazione, possono fornirci la reazione chimica del terreno che ospiterà il futuro orto.
Il pH ideale – Ora che abbiamo preso confidenza con la reazione chimica, cerchiamo di capire quali sono i valori pH graditi agli ortaggi. Innanzitutto facciamo rilevare che determinati valori sono assolutamente negativi per la maggior parte dei vegetali. Per esempio una reazione fortemente acida (valori compresi da 3 a 5) o fortemente basica (valori compresi tra 8 e 9), riducono in maniera drastica le capacità vitali di molti ortaggi e non solo; mentre valori più vicini al 7, ossia alla neutralità, aumentano progressivamente le prestazioni delle nostre colture. A questa schematica premessa si deve aggiungere la considerazione che ogni ortaggio gradisce un suo pH ideale. Quello del pomodoro, per esempio, è compreso tra i 6 e 6,5, mentre per una coltura d’asparagi questi numeri subirebbero uno spostamento tra il 7 e il 7,5.
Comunque sia, la maggior parte dei vegetali riesce ad adattarsi anche a un pH leggermente diverso da quello a loro congeniale, benché le preferenze degli ortaggi da noi trattati oscillino tra valori compresi dal 6 al 7,5.

Come migliorare il terreno dell'orto

orto-degli-anziani.jpgQual è il tipo di terreno ideale che possa andar bene alla stragrande maggioranza dei vegetali? Presto detto: quello di medio impasto, ovvero un terreno dove sabbia, argilla e scheletro (così si definiscono tecnicamente le particelle con diametro superiore ai 2 mm) siano contemporaneamente presenti in giuste proporzioni. Il terreno di medio impasto si lavora con facilità, mantiene la forma ricevuta, lascia filtrare l'acqua, trattenendone la quantità necessaria alla vita delle piante.
Se il terreno del nostro orto non è tale, toccherà a noi ammendarlo con l'aggiunta di terra di natura opposta, opportune lavorazioni e concimazioni organiche.


Qual'è la struttura del nostro terreno da orto?


Al di là del fatto che in un terreno possano prevalere sabbia, argilla o scheletro, è importante conoscere la struttura del suolo su cui si vuole operare. Per struttura si intende la disposizione che assumono le diverse particelle all'interno del terreno. Semplificando al massimo il concetto, possiamo individuare tre tipi di struttura: lacunare, compatta e glomerulare. Nella prima le particelle si dispongono ai vertici di un quadrato ideale; nella seconda ai vertici di un triangolo; nella terza si raggruppano tra loro formando dei glomeruli. La struttura lacunare, a causa dei numerosi spazi vuoti che lascia tra una particella e l'altra, è indubbiamente una disposizione eccellente in quanto aiuta il diffondersi dell'apparato radicale, facilita la circolazione dell'aria e dell'acqua, favorisce l'azione dei microrganismi aerobi utili.




Al contrario la struttura compatta risulta la peggiore in quanto in essa sono ridotti al minimo gli spazi vuoti, il che rende difficili le lavorazioni e crea presupposti sfavorevoli al realizzarsi dei fattori positivi precedentemente esposti.
La struttura glomerulare, infine, è tipica delle finissime particelle argillose che, addensan-
dosi tra loro, vanno a formare dei glomeruli che a loro volta possono disporsi nel terreno sia con una disposizione lacunare che compatta.
Non è difficile rendersi conto del tipo di struttura posseduta dal nostro orto. Infatti anche a un superficiale esame visivo la soffice struttura lacunare risalterà al confronto con la compatta suola di un terreno incolto.
Come migliorare la struttura del terreno - I terreni eccessivamente compatti presentano degli svantaggi notevoli in quanto la loro elevata tenacità e adesione li rendono particolarmente difficili da lavorare. Inoltre sono poco permeabili, in quanto non lasciano
filtrare l'acqua che finisce con il ristagnare, creando condizioni di asfissia radicale. Al  contrario, in caso di siccità, essi subiscono contrazioni che si manifestano con tipiche fessurazioni e screpolature. Per solito i terreni soggetti a un'eccessiva compattezza sono
quelli ad alto contenuto di particelle fini, ossia i terreni argillosi e limosi.
Nel caso in cui il nostro orto presentasse tale difetto, possiamo intervenire nei seguenti modi.
Apportando sostanza organica (letame, sovescio, composta, terricciati ecc.). L'aggiunta
di materiale organico migliora sensibilmente la struttura del suolo favorendone la permeabilità a scapito della compattezza. Nel caso intendessimo ricorrere al sovescio, è consigliabile impiegare una leguminosa.
Distribuendo giuste dosi di sabbia al terreno. Questa pratica che sarebbe costosa nel caso fosse applicata su superfici estese, trova una sua giusta collocazione in un piccolo appezzamento qual è l'orto. Le grossolane particelle di sabbia verranno perfettamente amalgamate a quelle assai più piccole dell'argilla e del limo equilibrando così la struttura.
Apportando al terreno opportune quantità di marna oppure di calce. La marna è una terra particolarmente ricca di calcare e quindi di calcio, il quale svolge benefici effetti sulla struttura del terreno in quanto sollecita la coagulazione delle particelle argillose migliorando la porosità. Funzione analoga svolge la calce.
Attuando numerose lavorazioni. Le lavorazioni frequenti espongono il terreno all'azione disgregatrice degli agenti atmosferici che ne attuano la compattezza a vantaggio della porosità. È sufficiente osservare un terreno lavorato di fresco e confrontarlo con un terreno poco lavorato per rilevare l'evidente miglioramento strutturale apportato dall'intervento operativo.
I terreni eccessivamente sciolti presentano pur essi evidenti difetti di natura opposta a quelli manifestati dai terreni troppo compatti. I terreni che per solito incorrono in questa deficienza strutturale sono quelli la cui costituzione è caratterizzata dalla presenza elevata di particelle a grana grossa (scheletro, sabbia). Essi dimostrano scarsa coesione e adesione, poca coerenza e imbibizione. La loro eccessiva permeabilità gli impedisce di trattenere l'acqua, esponendoli alla siccità. Gli interventi che possiamo mettere in atto per ovviare a questa deficienza di base si possono riassumere nel seguente modo.



  • Interventi che prevedono l'aggiunta di sostanze organiche. La sostanza organica,
    mai abbastanza esaltata nei molteplici ruoli positivi che svolge nei confronti del terreno, oltre migliorare la struttura compatta, riesce positiva anche nel caso opposto. La sua rilevante capacità di assorbire e trattenere l'acqua si dimostra
    particolarmente valida per ovviare ai difetti dei terreni troppo sciolti, nei quali aumenta, inoltre, coerenza e adesione.

  • Apporti di materiali argillosi. Similmente al caso precedente, nel quale si miglioravano i terreni argillosi aggiungendo sabbia, in questa situazione
    diametralmente opposta misceleremo argilla a un terreno che possiede un eccessivo contenuto di sabbia. Ancora una volta la limitatezza dell'area sulla quale intervenire permetterà d'effettuare l'operazione con una modica spesa.
  • Per cominciare a coltivare qualche ortaggio - Il terreno

    Si avvicina la primavera, la stagione più bella, quella che segna la rinascità e che invoglia a coltivare qualche cosa anche ai più ostici. Prima di passare alla trattazione delle colture orticole, è importante conoscere quello che sarà il nostro futuro tavolo da lavoro: il terreno. Forse al principiante potrà sembrare che un terreno valga l'altro e che ciò che conta, per ottenere dei buoni ortaggi, sia la qualità della semente, le lavorazioni più adatte, le concimazioni abbondanti. Indubbiamente sono fattori indispensabili, ma insufficienti, da soli, a garantire il successo del nostro impegno. Base fondamentale pér cominciare questa affascinante avventura è la conoscenza del terreno su cui operiamo.

    TERRENO E TERRENO Il terreno agrario è, dunque, quella piccola parte della superficie terrestre in grado di accogliere una coltivazione, considerando che non tutta la superficie terrestre presenta terreni lavorabili o redditizi per l'agricoltura. Si pensi, per esempio, ai deserti, ai ghiacciai, alle nude rocce: casi limite che ben servono al paragone. Ma esistono pure terreni apparentemente predisposti che in realtà celano difetti e carenze non valutabili a occhio nudo. Può essere questo il caso di suoli eccessivamente acidi o basici; troppo calcarei o argillosi, i quali alla prova dei fatti danno risultati negativi. Più avanti forniremo alcune indicazioni utili per ovviare, almeno in parte, a qualcuno di questi difetti.


    TERRENO E VITA Se, con una vanga, sezioniamo un terreno, osserveremo delle zone che si distinguono per diversità di colore e di componenti. Tale diversità cromatica è dovuta sia ai processi ossidativi più intensi che si verificano negli strati superficiali esposti all'azione ossidante dell'atmosfera, sia all'attività microbica. Quella che al profano può apparire una superficie sterile in attesa solo di essere coltivata dall'uomo, è in realtà, una fucina biologica in cui operano milioni di microrganismi. Funghi, batteri, attinomiceti, alghe microscopiche - ai quali vanno ad aggiungersi insetti, lombrichi, e altri organismi viventi - svolgono una loro specifica azione: una continua demolizione finalizzata a trasformare il substrato organico in sostanze più semplici assorbibili dalle piante. Tutto questo microcosmo ndn è presente in modo omogeneo nei diversi strati del suolo, ma ogni entità predilige un determinato ambiente con particolari situazioni fisico-chimiche in relazione alla temperatura, l'umidità, la circolazione d'aria, il grado d'acidità e il tipo di sostanza organica presente nel terreno. Generalmente queste forme di vita si sviluppano negli strati più superficiali del terreno. Col progredire verso gli strati inferiori, la loro concentrazione diminuisce, per scemare completamente, all'orché si raggiunge una profondità di 4-5 metri.